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martedì 18 marzo 2014

#DearFutureMom ....

...don't be afraid!


Due gravidanze portate a termine, due gravidanze interrotte precocemente dalla "natura"...
Tutte vissute con ansia, con il terrore che qualcosa andasse male. Con la paura di non poter stringere tra le braccia i miei bambini, di non poter sentire il loro cuore battere, il loro profumo, vedere i loro occhi brillare, stringere le loro mani, annusare i loro piedini.
Diciotto mesi con le mani sulla pancia, quasi avessi il terrore che qualcuno me la portasse via.
Queste erano le mie paure. “Solo” queste.
Quando la ginecologa mi parlò per la prima volta di Bi-Test, sindrome di Down, sindromi cromosomiche io ho pensato solo “ok faccio un'altra eco di controllo per sentire il battito e vedere la mia piccolina, così mi tranquillizzo e tiro avanti con un po' di serenità fino al prossimo controllo medico”
Questo per me è stato il Bi-Test. Un'eco, un valore, un numero. Perché da sempre io e mio marito ci siamo detti che qualsiasi bimbo il Signore avesse voluto affidare al nostro amore e alle nostre cure, noi lo avremmo accolto, amato, protetto.
E c'abbiamo sempre creduto. Quei figli li desideravamo più di ogni altra cosa e non sarebbe stato un cromosoma a farci cambiare idea.


Così è nata la mia primogenita Sofia.
In salute, vispa fin dal suo primo sguardo e respiro.
Le preoccupazioni che sono venute dopo la sua nascita erano legate alla sua crescita (mangia poco? mangia abbastanza?), ai piccoli malanni di stagione (una broncopolmonite fatta a 6 mesi!!), all'incertezza sulle vaccinazioni...insomma pensieri e paure di ordinaria amministrazione.

Poi dopo 3 anni e mezzo, con altrettanto amore e desiderio è arrivato Pietro. Il mio ometto.
Come per la prima gravidanza abbiamo fatto i controlli di routine, ma questa volta l'ansia e la paura si dominavano con un po' più di facilità.
Si muoveva tanto, lo sentivo spesso, la ginecologa mi rassicurava e mi ricordava ad ogni appuntamento che quello era il mio secondo bimbo, che ero già mamma e che certe paure non erano poi così nuove e spaventose.
Così dopo 41 settimane di gestazione, Pietro ha deciso di nascere e ha scelto una bellissima giornata di settembre.
Ma dopo 20 giorni dalla sua nascita il sole ha smesso di far luce come prima.
Perché per i medici Pietro era affetto da ipoacusia (ancora non sapevamo qual
e fosse la causa) e aveva una palatoschisi. Il mio bambino non sentiva niente, nessun suono e soprattutto non poteva sentire la mia voce che gli sussurrava amore e tenerezze.
E io come lui a un certo punto ho smesso di sentire chi mi rassicurava, ho cominciato a dubitare dei medici, alcuni li ho perseguitati perché mi ascoltassero, ho provato rabbia per mio marito che mi ripeteva “andrà tutto bene, sarà un bimbo come gli altri”.
Non ne sapevo niente di come si affronta un deficit uditivo e questo mi spaventava e mi angosciava.
Mi dicevo che mio figlio sarebbe stato diverso, che per lui la vita sarebbe stata difficile e che io l'avrei sempre amato con una grossa ferita nel cuore.
La ferita che si sente quando in un angolo della tua testa senti una voce che ti dice “cosa hai sbagliato?” “forse è colpa tua?” “avresti potuto evitarlo...”
Ho vissuto nello sconforto, chiedendomi che vita avrebbe avuto il mio bambino? Fino a quando un giorno mi sono svegliata di notte, l'ho allattato nella penombra del soggiorno e ho guardato bene dentro ai suoi occhi neri. Lì dentro c'era la vita, c'era il Signore, c'erano l'amore e il desiderio con il quale è stato concepito, c'era mio marito, Sofia, c'ero io, i nonni, c'erano le persone che mi chiamavano per sapere e che pregavano per noi, c'erano i suoi sorrisi, le sue manine che stringevano le mie, c'erano i miei angioletti, c'era il bambino volato in cielo durante il mio parto e c'era anche la sua mamma, c'era un bambino che sarebbe stato felice. Perché la sua mamma e il suo papà l'avrebbero cresciuto con amore e a lui sarebbe bastato quello per costruire la felicità, mattoncino dopo mattoncino.
Con quell'amore avrebbero affrontato il mondo, la vita, avrebbero fatto sorridere gli altri, li avrebbero tranquillizzati, rasserenati...perché Pietro e le sue diversità non avrebbero fatto male a nessuno.
Oggi Pietro ci sente bene, la sua ipoacusia era di tipo trasmissivo. Dopo 2 anni e mezzo di esami e diagnosi approssimative, possiamo dire che non ha più alcun deficit uditivo.
La sua palatoschisi si risolverà con un intervento chirurgico, così che potrà parlare senza difficoltà.
Ogni giorno quando lo guardo, ripenso al silenzio e al buio dei giorni di quell'autunno. Penso alla notte che ho aperto gli occhi per vedere i suoi e che ho trovato pace al mio tormento. Penso che per andare incontro alla vita, così come è venuta, basta davvero poco. E' più difficile immaginarselo che farlo. Ripenso alla naturalezza con la quale alcune persone mi rassicuravano raccontandomi la loro esperienza. Ripenso alla tenerezza di certi sguardi e al rammarico di altri. Ripenso a tutte le mamme che sono state con me nel reparto di maternità di Monza. Tutte uguali, con gli stessi desideri e gli stessi sogni. Tutte strette ai loro piccolini in un abbraccio che neanche 100 catene di ferro saprebbero eguagliare. Tutte con lo stesso pensiero “che vita avrà mio figlio?”

Penso alle mamme in dolce attesa, a quelle che non sanno se fare o meno esami invasivi come villocentesi e amniocentesi. A loro non saprei cosa consigliare, perché certe scelte non si suggeriscono, non si consigliano, non si giudicano.
Oggi, in questo giorno speciale, penso alla dolce Emma e alla sua bellissima mamma Martina. Vedo il loro sorriso contagioso.
Penso al nostro primo e per ora unico incontro. Penso a lei che correndo ha raccontato della sua vita, dei suoi figli, e lo ha fatto con un sorriso che ho stampato bene nella memoria, quasi potrei dipingerlo. Un sorriso che ti rassicura, che sposta il limite della paura, dell'indifferenza, del silenzio e del timore di dire o fare qualcosa di sbagliato. Lo stesso che si può vedere nel video. Il suo e quello delle mamme che come lei, ci parlano dei loro figli speciali.
Penso che a casa mia la diversità non vuole essere un taboo, ma solo una parola che noi genitori cerchiamo di spiegare con rispetto, naturalezza, lasciando spazio alla curiosità del capire.
Realizzo che nella mia vita di 36enne ho incontrato altre “Martina & Emma”, ma purtroppo tante volte mi sono finta “normale” e “noncurante” per paura di ferire o di svelare il dispiacere.
Ma dopo aver vissuto sulla mia pelle il silenzio del dolore e poi dopo il calore della vicinanza di chi ti ama e ama la vita, quella paura sta piano piano lasciando il posto alle parole, alla naturalezza del chiedere, alla cultura della diversità che ci fa crescere, maturare e migliorare.
Oggi dedico il mio post e i miei pensieri più belli alla “Giornata Mondiale delle persone con Sindrome di Down” perché possano ricevere non più soltanto sguardi, ma sorrisi e parole che sappiano abbattere il muro del silenzio!!
MammaSerena


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3 commenti:

  1. Maira18 marzo 2014 10:11

    Un racconto bellissimo, da leggere tutto d'un fiato... Conosco le tue paure, purtroppo, pur non essendo mamma... E il tuo coraggio è da ammirare... Tanta buona fortuna a te e alla tua famiglia...

    Maira
    inunastanzaquasirosa.blogspot.it

    RispondiElimina
  2. LM GM18 marzo 2014 10:31

    grazie Serena!!!!! <3

    RispondiElimina
  3. Martina Fuga19 marzo 2014 08:23

    Mi hai commosso Serena!
    Quante parole ci sono dietro gli sguardi, quanti pensieri e quante vite…

    RispondiElimina
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